Giardini del Plebiscito

La Piazza secondo Nicola Pagliara

Un progetto abbastanza curioso, quello dell’architetto Nicola Pagliara che, sul Corriere del Mezzogiorno, espone la sua idea per riempire quel «vuoto insopportabile» di Piazza del Plebiscito. Muove aspre critiche al neoclassico edificio che la simboleggia, la Basilica di San Francesco di Paola, o meglio, al suo celebre portico, definendolo «insopportabile» e poco monumentale, oltre che mal-progettato.

Secondo Pagliara, che ritiene esser stata «una follia» riconfigurare l’originale Largo di Palazzo, l’attuale, grandissima, Piazza «non serve a nulla»: troppo soleggiata, dispersiva, desertica, un vuoto urbano che va ripensato in chiave diversa, evitando di occuparla con funzioni inadatte. L’architetto si rifà quindi a concezioni Sette-Ottocentesca dell’urbanistica, pescando a piene mani dalla tradizione francese (originariamente Seicentesca, ma tornata di moda due secoli più tardi), proponendo la sua idea di trasformare la Piazza in una sorta di enorme giardino, «un parterre en broderie».

A mio parere, il veterano-architetto Napoletano, sicuramente gran conoscitore della storia architettonica-urbanistica del Capoluogo, si sta basando troppo sull’estetica e meno sulla funzione della Piazza in quanto tale. Largo di Palazzo è stato, per secoli, uno slargo irregolare ma, come molti dipinti d’epoca dimostrano, veniva già allora pensato come un luogo particolarmente idoneo per grandi eventi e festività (insieme all’altra grande “pseudo-piazza” di Napoli, il Largo di Castello). Durante il Decennio Francese, tale “Largo” venne ripensato con la forma attuale, “forzata” dalla presenza di un grande edificio civico eretto in stile neoclassico. Con il ritorno dei Borbone, l’edificio in questione venne ripensato come la Basilica ed il colonnato (completati intorno al 1824) che noi oggi vediamo, mantenendo così l’idea di dare una forma più regolare al Largo, che continuerà ad ospitare (come oggi) i maggiori eventi della città.

Largo di Palazzo con albero della cuccagna
dipinto di A. Joli, meta XVIII sec

Napoli, però, è una città particolare anche dal punto di vista urbanistico. La creazione Ottocentesca di “Piazza del Plebiscito” rappresenta, in qualche modo, uno degli ultimi tasselli (pre-Unitari) di un tentativo di “europeizzazione” dell’urbanistica cittadina, all’epoca ancora Capitale Europea, iniziata con l’arrivo di quel Carlo III di Borbone negli anni trenta del Settecento. Per vari fattori politici ed orografici, a Napoli, all’arrivo di Re Carlo, tra le tante lacune, mancavano anche delle “grandi piazze” intese come tali; la maggior parte erano più che altro “di risulta”, come il già menzionato (e comunque celebratissimo dai forestieri) Largo di Castello. Portando concezioni illuministiche ed Europee, il Re incoraggiò un ridisegno urbano e “propagandistico” della città. Non a caso, venne riconfigurato in un grande emiciclo, con un bell’edificio monumentale progettato dal Vanvitelli nel 1757, il Largo del Mercatello, oggi noto come Piazza Dante. Seguendo i gusti dell’epoca, anche con Murat si tentò di intraprendere questa strada, cercando di disegnare nuove Piazze se non di ingrandire le precedenti con un gusto fortemente simmetrico (per il Mercatello/Dante si pensò di erigere un secondo emiciclo di fronte a quello esistente, identico a quello del Vanvitelli, su esempio delle grandi piazze Parigine-Europee).

Senza dilungarsi ulteriormente, basterebbe dire che Pagliara, a mio modestissimo parere, sta guardando al Sette-Ottocento che avrebbe desiderato vedere qui a Napoli e non a quello che effettivamente è stato. Sebbene (anche) nella Napoli illuministica comparirono alcuni ideali (utopici) di “città-giardino”, ciò che ci è pervenuto dimostra un’esigenza diversa. Il rendere Piazza del Plebiscito un «pezzo di Versailles» (parole dell’architetto) sarebbe di poca coerenza storica, un falso, oltre che di dubbio gusto (ma quest’ultima opinione è, ovviamente, soggettiva). Fa sorridere leggere, invece, che proprio il Soprintendente abbia invece apprezzato molto tale progetto, sebbene si sia tuonato non poco contro il concerto di Bruce Springsteen perché “deleterio per la Piazza”.

Non c’è bisogno di ridisegnare così drasticamente una Piazza del genere.
Si cerchi di valorizzare, invece, quella che noi oggi vediamo, dai monumenti alla pavimentazione, renderla luminosa di notte e più viva a tutte le ore, evitando di riempirla di aiuole ed arredi urbani che, invece, ne minerebbero la studiata monumentalità.

Allo stesso modo, si abbia più cura del verde già esistente in città (si pensi alle situazioni vergognose del Tondo di Capodimonte o di Piazza Cavour), senza “forzarlo” in luoghi dove non se ne sente il bisogno, sotto tutti i punti di vista.

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